Le frontiere del Covid e i papaveri rossi del Sahel

Il Covid-business coinvolge e inghiotte partecipazione democratica, insurrezioni, marce di protesta, assembramenti e attenta seriamente alla mobilità umana”. Dal Niger la riflessione del missionario Mauro Armanino*

Sono le ultime arrivate. Come non bastassero quelle di sabbia, di filo spinato, elettroniche, d’acqua salata, di sassi, di parole, di carta, di classe, di razza e di portafoglio. Quelle del Covid sono del tutto speciali e funzionano a meraviglia da alcuni mesi senza destare sospetti. Bloccate le frontiere aeree e terrestri fin dagli inizi dell’epidemia, poi pandemia per diventare endemia che giustifica e promuove i regimi più corrotti, in Occidente come nell’Africa Occidentale. Le manifestazioni pubbliche dell’opposizione vietate, le multe per chi non indossa la maschera protettiva, i milioni che fioccano a decine per combattere il virus e le sue nefaste conseguenze, tutto e altro contribuiscono a creare un clima favorevole agli affari dei politici.

Seguono le richieste per la cancellazione del debito contratto dal Paese, dovuto soprattutto a gestioni corrotte e a favoritismi partitico-affiliati. Le frontiere terrestri del Covid sono particolari perché, seppur chiuse, nella realtà sono attraversabili. Basta pagare in contanti le dogane, le polizie, i militari e alcuni gruppi armati che controllano il territorio per passare, ostacolo dopo ostacolo, il territorio. Il Covid-business coinvolge e inghiotte, nel suo particolare e manipolabile percorso, partecipazione democratica, insurrezioni, marce di protesta, assembramenti sospetti e attenta seriamente alla mobilità umana.

Come non averci pensato prima. Bloccare i migranti, i rifugiati, i piccoli commercianti e i comuni viaggiatori era in definitiva una pura banalità. Grazie all’esempio dell’Occidente in preda al panico indotto dall’epidemia e con l’avallo dell’ineffabile Organizzazione Mondiale della Sanità, si prolungano i mandati presidenziali, si modificano le costituzioni e si addomesticano le opposizioni. Ci scappa, è vero, qualche colpo di stato come nel vicino Mali ma nell’insieme il sistema regge molto bene.

I migranti sono espulsi, detenuti, controllati, esaminati, vagliati e infine detenuti o custoditi in appositi campi in attesa del ritorno al mittente. Ben venga dunque il Covid, fedele alleato dei regimi fascisti e di coloro che ad essi si ispirano, fiancheggiatore suo malgrado di un nuovo disordine mondiale fin troppo simile a colui che si pensava aver lasciato alle spalle. Nella storia e nella politica nulla si crea e nulla si distrugge ma ci si trasforma nella misura in cui si lascia spazio alla partecipazione dei poveri all’unica rivoluzione che davvero conti. Si giustifica l’ingiustificabile e, con la scusa della minaccia della Covid, si incentiva la povertà, la perdita dei posti di lavoro e la repressione di ogni velleità libertaria, considerata incompatibile col sistema.

Nella recente Giornata mondiale dei migranti e rifugiati per la Chiesa Cattolica si è fatto memoria dei migranti morti.
Amanda, Memé, Emmanuel, Toé, Zerzer, Benjamin, Junior, Bobby, Fabulus, Johnson, Prince, Sunny Boy, Camara e un altro Prince, sono stati ricordati perché la maggior parte di loro sepolti nel cimitero di Niamey. Una degna sepoltura, nella sabbia ma non per tutti. Uno di loro, Camara, è morto affogato nel mare il passato agosto cercando di raggiungere la Spagna. L’altro, Prince, è stato ucciso e poi in parte bruciato nell’auto mentre tornava dal Sudan dove era partito in cerca di fortuna.

Occorrerebbe chiamare per nome i circa ventimila migranti scomparsi nel Mar Mediterraneo dal 2014. Sarebbe una lista aperta, perché da aggiornare ogni giorno e che, d’altronde, non prende in conto chi ha perso la vita nel deserto o sulle tante strade che si fermano a chi cerca di percorrere sentieri non battuti. Proprio quello che i migranti citati sopra hanno vissuto e passato. L’ultima frontiera è stata la loro compagna. Attorniati da qualche amico di avventura, dimenticati dalla patria e sepolti per sempre nel camposanto della capitale del Niger. Giusto una croce di ferro e il nome scritto a mano con la pittura bianca sul fondo scuro della tavoletta metallica saldata in alto.

Torna strana alla mente in questo giorno, una canzone del secolo scorso di Fabrizio de André, ‘La guerra di Piero’…dormi sepolti in un campo di grano/ non è la rosa e non è il tulipano/ che ti fan veglia dall’ombra dei fossi/ Ma son mille papaveri rossi.

Padre Mauro Armanino

P. Mauro Armanino, sma

* Mauro Armanino, missionario della Società delle Missioni Africane (SMA) originario di Casarza Ligure, che dal 2011 si trova a Niamey, capitale del Niger. Autore di Terra e Missione

Lascia un commento