Il Vangelo del cieco nato (Gv 9,1-41), proclamato nella IV domenica di Quaresima, racconta un cammino che conduce dalle tenebre alla luce della fede. L’uomo guarito passa progressivamente dalla semplice conoscenza di Gesù come uomo, al riconoscerlo profeta, fino alla piena professione di fede: «Credo, Signore!». Mentre il cieco si apre alla luce e diventa testimone, altri si chiudono e restano nella cecità del cuore. Il brano invita ogni credente a lasciarsi illuminare da Cristo, luce del mondo, attraverso un autentico cammino di conversione e una preghiera profonda, perché il Signore guarda il cuore delle persone.
Meditazione a cura di p. Romeo Ballan, missionario comboniano.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 9,1.6-9.13-17.34-38)
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.
Commento al Vangelo
Il cammino verso la Pasqua è scandito da grandi temi catechetici – catecumenali – battesimali: il tentatore da vincere, il volto di Cristo da contemplare, i simboli dell’acqua, la luce, la vita. Nel Vangelo di questa domenica è centrale la figura di Gesù-Luce: è Lui che vede e va all’incontro del cieco, gli spalma fango negli occhi, lo manda a lavarsi alla piscina di Siloe (che significa Inviato). Il cieco va, si lava e torna che ci vede (v. 1.6-7). Il segno è chiaro, ma solo per chi lo sa vedere. Proprio quel miracolo così patente di Gesù diventa un segno di contraddizione: dal medesimo fatto partono due reazioni (del cieco e dei farisei) in sensi opposti.
Il cieco avanza, gradualmente, verso la scoperta del volto-identità di Gesù: da semplice uomo, a profeta, uomo di Dio, Signore… fino a prostrarsi con fede: “Credo, Signore!” (v. 38). Ormai il cieco è convertito: tutto illuminato, nel corpo e nello spirito. Mentre il cieco progredisce nella scoperta di Gesù, i farisei, invece, si chiudono progressivamente alla luce, non credono alla testimonianza del cieco guarito, lo mettono a tacere e lo cacciano fuori (v. 34). L’ostinazione del cuore porta alla cecità interiore. Purtroppo, la fede si può anche rifiutare operdere! Solo chi accetta che la verità gli cambi la vita, non avrà paura della luce, dell’amore, del servizio… Vale, a questo proposito, l’augurio di S. Agostino, bello, come sempre, anche nel testo latino: “Servum te faciat caritas, quia liberum te fecit veritas” (la carità ti faccia servo, dato che la verità ti ha reso libero).
Tutti noi abbiamo bisogno di un supplemento di luce. “Il piccolo principe” di Saint Exupery ci insegna: “L’essenziale è invisibile agli occhi. Non si vede bene che con il cuore”. Le ultime parole di Johann W. Goethe furono: “Più luce!”. Gesù, con la parola e il segno, porta la luce nuova che rischiara anche la realtà del peccato presente nel mondo. Il peccato è quella vasta zona oscura, in cui si muovono le persone che non vivono alla luce dal Vangelo. In quella zona oscura c’è anche la non comprensione del senso della malattia, del dolore, della disgrazia, mali che spesso vengono vincolati, erroneamente, a peccati personali. Emblematica a tale proposito è la storia di Giobbe, che i suoi visitatori accusano di aver dei peccati nascosti. Gli apostoli stessi sono un esempio di questa mentalità: vedendo il cieco nato, domandano al Maestro: “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?” (v. 2). È la tipica impostazione pre-cristiana del problema della sofferenza: identificare la causa del dolore o della malattia con il peccato, con il malocchio, o maleficio, o altri tipi di iettatura altrui…
È una mentalità molto estesa, anche in ambienti cristiani, tipica di persone non ancora ben evangelizzate. Penso ai miei anni di lavoro missionario in Congo, dove i problemi e le paure dello ndoki (parola in lingua lingala per dire malocchio, e simili) erano all’ordine del giorno: tanti cristiani (compresi alcuni catechisti e religiosi), non ne erano del tutto liberi interiormente. Anche in America Latina, in Europa e in Vietnam, ho visto situazioni simili. Si tocca con mano che la vita, senza la luce del Vangelo, è spesso sinonimo di tenebra, paure, vendette, manovre oscure… che serpeggiano anche fra i cristiani, in ogni latitudine. Il cuore umano non è mai convertito del tutto. Perciò l’azione missionaria della Chiesa non si accontenta di un’evangelizzazione superficiale, ma deve mirare al cuore delle persone e ai valori delle culture, come insegna molto bene Paolo VI (vedi l’esortazione apostolica del 1975 Evangelii Nuntiandi, n. 18-20).
È possibile uscire da questa mentalità paganeggiante soltanto facendo un cammino di conversione permanente, accettando interiormente fino in fondo Cristo che ha detto: “Sono la luce del mondo” (v. 5), “la verità vi farà liberi” (Gv 8,32). È il chiaro monito di San Paolo (II lettura) a comportarsi come figli della luce (v. 8; cfr. Mt 5,14), a non compiere le opere infruttuose e vergognose delle tenebre (v. 11-12), ma guardare a Cristo: “Svégliati… e Cristo ti illuminerà” (v. 14). È Cristo la luce, è Lui l’Inviato (v. 7) del Padre, il lavacro nel quale immergersi con il battesimo. È commovente e significativo il fatto che la prima cosa che questo uomo cieco vede è il volto di Gesù, prima ancora del volto di sua madre. Il cammino di conversione a Cristo e di missione è possibile soltanto se ci apriamo completamente a Dio in una preghiera “cuore a cuore”, come ci insegna Papa Francesco.
La luce di Cristo aiuta a capire il senso della malattia e del dolore, come lo si apprende dalla silenziosa e paziente testimonianza di tante persone ammalate nel corpo, ma interiormente serene. La fede è una luce nuova che permette di cogliere il messaggio di vita presente nel dolore; è l’opportunità di purificazione e di salvezza, per sé e per gli altri. La fede porta a fidarsi di Dio, il Pastore che ci fa da guida anche nella valle sicura (Salmo responsoriale). Egli ha vie e criteri diversi dai nostri (I lettura): “Il Signore vede il cuore” (v. 7) delle persone, come risulta dalla scelta di Davide. Era il più piccolo, un pastore (cfr. Lc 2,8), ma Dio ne fa un re. I criteri di Dio sono sorprendenti: Gesù guarisce il cieco, mendicante (v. 8), espulso (v. 34; anche Gesù sarà rifiutato); ma Gesù lo accoglie, gli si auto-rivela, ne fa un credente, un testimone, un annunciatore convinto (v. 30-33). Come per la Samaritana (cfr. domenica scorsa). Dio ci sorprende: sceglie gli ultimi per annunciare e far crescere il suo Regno nel mondo.