L’Ascensione non segna l’assenza di Gesù, ma il modo nuovo con cui continua a restare accanto all’umanità. Nelle ferite del mondo, nella stanchezza quotidiana, nelle attese e nelle fragilità, il Risorto cammina ancora con noi. Il Vangelo di oggi è un invito a riconoscere una presenza che non abbandona, che sostiene la speranza e restituisce dignità e senso anche ai passaggi più difficili della vita.
Meditazione a cura di suor Antonella Simonetti, Francescana Missionaria di Assisi
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 28,16-20)
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Commento al Vangelo
E rieccoci qui. Nella Galilea pagana, la Galilea delle genti, dove il figlio del falegname ha pronunciato pubblicamente le sue prime parole: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 4,17). Qui tutto è cominciato e qui ora tutto si compie. Il figlio del falegname ha predicato, ha guarito, ha liberato dal male, ha sfamato le folle. Ha mostrato il volto di un Dio misericordioso, che ama profondamente ogni uomo, che si prende cura di tutti e in modo particolare dei più abbandonati; un Dio che mette la persona al di sopra di ogni legge, per parlare al cuore dell’uomo e attirarlo a sé.
Questo annuncio ha dato fastidio e ha fatto sì che il figlio del falegname rimanesse progressivamente sempre più solo, fino a morire tragicamente solo sulla croce, come un maledetto da Dio. Ed è proprio sulla croce che avviene lo svelamento definitivo: la mitezza misericordiosa con cui Gesù muore, il suo affidamento incondizionato al Padre, rivelano che egli è davvero il Figlio amato di Dio, il Figlio fatto uomo, morto come un maledetto per raccogliere e ricondurre al Padre tutti i fratelli, fino a quello più lontano da Lui.
E quel Figlio amato il Padre non poteva lasciarlo in potere della morte: gli ha ridato vita. Non la vita di prima, ma una Vita nuova, non più segnata dall’usura del tempo, non più soggetta ai limiti dello spazio e del tempo, non più gravata dalla sofferenza e dalla morte: la vita di Dio, la vita eterna. Lo ha fatto “sedere alla sua destra nei cieli” (Ef 1,20), come ricorda san Paolo, e gli ha dato “ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28,18), come afferma Gesù stesso.
Ecco il senso dell’Ascensione: Gesù non si sposta fisicamente dalla terra al cielo, ma entra in una dimensione più profonda, oltre lo spazio e il tempo, per essere accanto a noi, a ogni uomo, in ogni istante, mediante il suo Spirito, fino alla fine dei tempi. E per esserci accanto proprio in Galilea, nella nostra sofferta ferialità. È lì che il Signore, durante l’ultima cena, aveva promesso ai discepoli di precederli dopo la sua risurrezione (Mt 26,32). È lì che dà loro appuntamento, il mattino di Pasqua, attraverso le donne (Mt 28,10). Ed è lì che ora finalmente li incontra.
La Galilea rappresenta la nostra ferialità, la nostra dura quotidianità, la terra pagana che ci portiamo dentro: è lì che il Signore ci viene incontro, ci aspetta e cammina con noi.
Quello del “Dio con noi” è, per così dire, il leitmotiv del Vangelo di Matteo. All’inizio del Vangelo viene citata la profezia di Isaia: “Emmanuele… Dio con noi” (Mt 1,23); circa a metà del racconto Gesù rassicura i suoi: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20); e alla conclusione del Vangelo risuona la promessa: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Ecco perché nella prima lettura di oggi gli apostoli vengono ammoniti: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” (At 1,11). Il nostro Dio è un Dio vicino: non sta sulle nuvole, ma cammina con noi sulle strade polverose del mondo. L’unico cammino che conduce al cielo, dunque, è quello che attraversa le strade accidentate della terra: una terra abitata da Colui che non l’abbandona mai, una terra abitata da noi, rivestiti della potenza dello Spirito, chiamati non a vivere con il naso all’insù, ma a impastarci con questa realtà, per scoprire dentro di essa quel cielo a cui ormai è indissolubilmente legata.
Con l’Ascensione, il Signore risorto entra nel cuore della Trinità portando con sé la nostra umanità, che rimarrà per sempre nella comunione trinitaria. Lo esprime bene la Colletta della Messa di oggi: “Nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria”.
Fino a questo punto ci ha amati: fino a legarsi a noi indissolubilmente, per sempre. Non c’è evento umano, bello o brutto, gioioso o tragico, che sia sconosciuto a Dio, perché Gesù Cristo, il Dio fatto uomo, ha vissuto tutto ciò che viviamo noi e ha portato tutto nel cuore del Padre, nell’attesa che tutta la nostra vita, purificata e trasfigurata dall’Amore, possa un giorno partecipare pienamente alla festa dell’amore trinitario. Per ora viviamo questo “già e non ancora” insieme a Lui.
Quale dignità per ogni uomo! Se la nostra umanità è entrata nel cuore di Dio, allora dobbiamo “toglierci i sandali” davanti a ogni persona, anche la più ferita e abbruttita, perché in ciascuno abita una scintilla divina. E se la nostra umanità è entrata nel cuore di Dio, allora le tante vicende dolorose e spesso tragiche che viviamo, a livello personale e mondiale, non possono consegnarci allo sconforto e alla disperazione, perché Dio le conosce fino in fondo, le vive con noi e ci aiuta, con la forza del suo Spirito, ad attraversarle e a sprigionare in esse energie di dono, le energie della sua risurrezione.
Alla luce di tutto questo, comprendiamo la profondità del mandato missionario che Gesù affida agli apostoli. Non si spaventa del fatto che, pur adorandolo, essi dubitino. Ci conosce: sa che il nostro cuore è ambivalente e ha bisogno di essere continuamente guarito. Non vuole missionari perfetti, campioni di fede o di carità; ci ama così come siamo e ci dà fiducia. Vuole avere bisogno di noi, perché fino ai confini della terra, da uomo a uomo, da fratello a fratello, possa diffondersi la buona notizia che Dio si è legato indissolubilmente a ogni essere umano, e che in ciascuno c’è, in potenza, una vita divina che chiede di essere custodita, nutrita e fatta crescere, per poter fiorire nella dimensione del dono.
Solo lo stupore adorante davanti a questo grande mistero che coinvolge la nostra vita, solo la contemplazione grata di un tale dono, potranno sostenere in noi la passione per questa Vita sovrabbondante. Una passione che non potrà non riversarsi, attraverso di noi – “anche con le parole”, come diceva san Francesco – su tutti coloro che incontreremo, certi, come leggiamo nel Vangelo di Marco, che il Signore agisce insieme con noi e conferma la Parola con i segni che l’accompagnano (cfr. Mc 16,20).