Il racconto del viaggio di Terra e Missione in Tanzania alla scoperta dei progetti dell’Associazione “Venite e Vedrete”.
GIORNO #1
Quest’anno il cuore ci riporta nuovamente in Africa, questa volta in Tanzania, per conoscere da vicino i progetti dell’associazione “Venite e Vedrete” e incontrare chi ogni giorno prova a costruire nuove possibilità per i giovani di questo Paese.
Ad accoglierci a Dar es Salaam sono Federico e Francesca, all’University of Dar es Salaam, la più antica e grande università pubblica della Tanzania, dove saremo ospitate nei prossimi giorni.
Federico insegna ingegneria e, insieme a Francesca, porta avanti un impegno che parte dalla formazione e arriva fino al lavoro. Sostengono borse di studio per ragazzi che non avrebbero le possibilità economiche di frequentare l’università e, nel 2022, hanno fondato uno studio di consulenza nel settore dell’ingegneria e dell’energia, coinvolgendo giovani appena laureati.
Oggi quattro ragazzi lavorano alla progettazione di impianti fotovoltaici e a soluzioni per l’efficienza energetica, in Tanzania e per realtà italiane. Un’esperienza di imprenditoria sociale che nel 2025 ha ricevuto anche il premio “Consultant of the Year” di AFSIA, l’Africa Solar Industry Association.
Il nostro primo incontro con la Tanzania parte dunque dai giovani: dalla loro formazione, dal lavoro e dalla possibilità di costruire qui il proprio futuro.
Nel tardo pomeriggio cambiamo completamente scenario e ci immergiamo nei colori di un mercato locale di Dar es Salaam. Tra bancarelle e distese di tessuti wax scegliamo alcune delle stoffe che entreranno a far parte della prossima sfilata di Fili di Speranza.
Il primo giorno si chiude così: con nuovi incontri, nuovi progetti e quelle stoffe colorate nelle nostre mani. Un piccolo filo che, da Dar es Salaam, continuerà il suo viaggio insieme a noi.

GIORNO #2
La seconda tappa del nostro viaggio ci porta a Bagamoyo, sulla costa dell’Oceano Indiano. Nel XIX secolo la città fu uno dei principali snodi della tratta degli schiavi nell’Africa orientale. Il suo nome, in lingua swahili, significa “deponi il tuo cuore”: un’espressione legata al dolore di chi, arrivato sulla costa, veniva portato verso Zanzibar lasciandosi alle spalle la propria terra e la propria vita.
Camminare oggi per Bagamoyo significa incontrare continuamente questa memoria, ma anche quella dei primi missionari, i Padri Spiritani, arrivati sulla costa tanzaniana.
Visitiamo i luoghi legati alla loro presenza e ci fermiamo davanti a un monumento sul quale campeggia una frase che non passa inosservata: “Dio è approdato in Africa”.
Bagamoyo è legata anche alla figura di David Livingstone, missionario ed esploratore britannico. Dopo la sua morte, il suo corpo attraversò questi luoghi prima di essere portato a Zanzibar e poi in Inghilterra.
È una mattinata intensa, trascorsa tra storia, missione e memoria, prima di raggiungere la spiaggia e concederci qualche momento davanti all’Oceano Indiano.
Nel pomeriggio, dopo aver assaggiato la migliore pizza italiana in Tanzania, andiamo a visitare la scuola che Federico e Francesca stanno costruendo proprio nella diocesi di Bagamoyo, un progetto ancora in fase di realizzazione e che sarà dedicato a San Carlo Acutis.
Camminiamo tra gli spazi della struttura, immaginando ciò che presto prenderà vita tra queste mura. Oggi è ancora un cantiere, ma porta già con sé un’idea precisa di futuro.
Siamo estremamente felici che questo progetto porti il nome di Carlo Acutis, un santo a cui siamo particolarmente legate, capace ancora oggi di parlare al cuore dei giovani e di ricordare loro il valore della propria unicità.

GIORNO #3
Il terzo giorno del nostro viaggio ci porta nel villaggio di Mapogoro, nella diocesi di Iringa, dove incontriamo padre Salvatore Ricceri, sacerdote fidei donum originario di Biancavilla, in provincia di Catania. La sua storia in Tanzania comincia nel 1992, quando arriva a Migoli. Dopo alcuni anni di servizio e un periodo trascorso nuovamente in diocesi, viene inviato dal vescovo a Mapogoro, dove da oltre trent’anni porta avanti una missione profondamente inserita nella vita della popolazione locale.
Quella di Mapogoro è una presenza particolare: è una delle pochissime missioni cattoliche nate tra i Masai. In questi anni molte persone hanno scelto di diventare cristiane senza rinunciare alla propria cultura e alle proprie tradizioni. È forse uno degli aspetti che più colpiscono: una fede che non cancella l’identità, ma prova a incontrarla e ad abitarla.
La chiesa della missione è stata la prima in Tanzania dedicata a Madre Teresa di Calcutta. La sua nascita è legata anche alla storia di Jimmy, un ragazzo con difficoltà motorie che faticava a raggiungere la vecchia chiesa, troppo distante dalla strada. Grazie all’aiuto di un benefattore, padre Salvatore ha potuto realizzare una nuova missione più accessibile, nata anche dal desiderio concreto di permettere a Jimmy di partecipare alla vita della comunità.
Ma Mapogoro oggi è molto più di una chiesa. La missione ospita una scuola primaria e secondaria con oltre 300 studenti, dedicata a San Giovanni Paolo II, il Papa dal quale padre Salvatore ricevette personalmente il crocifisso missionario prima della partenza.
Accanto alla scuola sono nati anche laboratori di cucito, meccanica e falegnameria, pensati per offrire ai giovani competenze concrete e possibilità di lavoro. C’è poi una fattoria che contribuisce a produrre parte di ciò che serve alla vita quotidiana della missione.
Passeggiando tra le aule, i laboratori e gli spazi della comunità, si capisce quanto Mapogoro sia cresciuta nel tempo insieme alle persone che la abitano.
Dopo più di trent’anni, padre Salvatore è ancora qui. Una presenza fedele, costruita giorno dopo giorno, che ha trasformato una missione in un luogo di fede, formazione e futuro.

GIORNO #4
La giornata comincia a Mapogoro, con la Messa celebrata da padre Salvatore nella prima chiesa della Tanzania dedicata a Madre Teresa di Calcutta. Dietro l’altare un dipinto racconta una storia speciale: Madre Teresa abbraccia Jimmy, un ragazzo con difficoltà motorie che faticava a raggiungere la vecchia chiesa della missione, troppo distante dalla strada. Anche dal desiderio di permettergli di partecipare alla Messa è nata, grazie all’aiuto di un benefattore, questa nuova chiesa. Una storia semplice, ma capace di raccontare una fede che parte dalle persone e dai loro bisogni concreti.
Dopo la celebrazione lasciamo Mapogoro e raggiungiamo il Ruaha National Park, il più grande parco nazionale della Tanzania. Il suo nome viene dal Great Ruaha River, il fiume che attraversa e dà vita a questo immenso territorio di savana.
Ad accompagnarci c’è Enoc, un giovane masai che vive nella missione di padre Salvatore. Attraverso di lui incontriamo anche un popolo che conserva un rapporto profondo con la terra, gli animali e la comunità e che ancora oggi vive, in parte, nei villaggi tradizionali vicini ai grandi parchi.
E il nome Ruaha ci porta spontaneamente a pensare alla parola ebraica “RUAH”: lo Spirito, il soffio che dà vita. Un richiamo che sembra accompagnarci mentre attraversiamo questi spazi sconfinati, osservando animali e paesaggi in cui ogni elemento appare profondamente legato all’altro.
È forse questa l’immagine che ci resta del Parco Ruaha: la natura non come semplice scenario, ma come parte di un’unica realtà di cui anche noi siamo custodi. Quell’ecologia integrale che unisce ambiente, persone e relazioni e che, davanti alla grandezza della creazione, ci invita a riconoscere lo stesso Spirito che dà vita e tiene insieme ogni cosa.

GIORNO #5
Il 15 agosto lo trascorriamo a Mbezi Beach, insieme alla comunità italiana di Dar es Salaam, per festeggiare il Ferragosto lontano da casa ma in un’atmosfera sorprendentemente familiare.
L’incontro è organizzato dal comitato della Società Dante Alighieri in Tanzania, realtà impegnata nella promozione della lingua e della cultura italiana e presente in numerosi Paesi del mondo.
Qui la Dante è molto più di un punto di riferimento culturale: è anche un modo per fare comunità tra gli italiani che vivono in Tanzania e per mantenere un legame con le proprie radici, soprattutto per i più giovani.
Tra i progetti c’è infatti anche quello di rafforzare l’insegnamento dell’italiano per i figli delle famiglie italiane residenti nel Paese.
Ma c’è un’iniziativa che ci colpisce particolarmente. In occasione degli 800 anni del Cantico delle Creature, a ottobre sarà pubblicato in lingua swahili un volume dedicato a San Francesco d’Assisi.
Una scelta significativa, perché proprio il Cantico delle Creature rappresenta una delle prime grandi testimonianze poetiche della lingua italiana. Il volume non racconterà però soltanto Francesco: conterrà anche uno speciale dedicato alle congregazioni francescane, maschili e femminili, presenti oggi in Tanzania. La pubblicazione, realizzata con una casa editrice tanzaniana, uscirà il 4 ottobre, festa di San Francesco.
Il nostro Ferragosto si conclude così, tra incontri, convivialità e un legame tra Italia e Tanzania che passa anche attraverso le parole. Perché una lingua non serve soltanto a comunicare: custodisce memoria, identità e può diventare un ponte capace di unire culture lontane.

GIORNO #6
Dopo una giornata trascorsa a Ununio Beach, sull’Oceano Indiano, tra acque e paesaggi che raccontano un altro volto della Tanzania, riprendiamo la nostra esperienza missionaria e, insieme a Francesca e Federico di “Venire e Vedrete”, raggiungiamo il quartiere di Mburahati, a Dar es Salaam.
Qui visitiamo il Mother Teresa Charity Centre, affidato alle Missionarie della Carità: una casa che da quasi cinquant’anni accoglie bambini, persone con disabilità e anziani, e che porta un nome capace già da solo di raccontarne lo spirito: “Casa della gioia e della pace”.
Il prossimo 10 settembre il centro compirà cinquant’anni. Mezzo secolo di presenza accanto a chi spesso non ha altro luogo in cui andare.
Oggi qui trovano accoglienza bambini da 0 a 3 anni, persone con disabilità e anziani senza risorse o senza una famiglia in grado di prendersi cura di loro.
Per Francesca e Federico questo luogo ha però un significato ancora più profondo: è qui che hanno conosciuto quelle che sarebbero poi diventate le loro figlie. Alcune erano rimaste orfane; altre vivevano nel centro insieme ai propri genitori, che a loro volta erano cresciuti qui perché rimasti senza famiglia.
È una storia che attraversa generazioni e che rende ancora più evidente quanto questa casa non sia soltanto un luogo di assistenza, ma una comunità capace di custodire relazioni, affetti e vite segnate dalla fragilità.
Prima di andare via, ci resta negli occhi l’immagine di una delle suore raccolta in adorazione. È forse lì che comprendiamo meglio da dove nasce la forza di una vita trascorsa ogni giorno accanto ai più fragili.
Madre Teresa lo esprimeva con parole semplici: «Il frutto della preghiera è la fede, il frutto della fede è l’amore, il frutto dell’amore è il servizio e il frutto del servizio è la pace».
Ed è proprio questo che sembra prendere forma nella Casa della gioia e della pace: una preghiera che non resta chiusa nel silenzio della cappella, ma diventa presenza, cura e servizio. Contemplazione e azione che si incontrano, fino a fare dell’amore per Dio un modo concreto di stare accanto agli altri.

GIORNO #7
L’ultima tappa del nostro viaggio ci porta al Centro di Spiritualità Santa Teresa d’Avila, a Boko, nella periferia di Dar es Salaam, gestito dalle Suore Carmelitane Missionarie di Santa Teresa del Bambino Gesù. Per Federico e Francesca questo luogo custodisce un legame profondo: è qui che hanno mosso i primi passi in Tanzania e qui continuano a tornare come in una casa. Un legame che si estende anche oltre l’oceano, perché la congregazione ha la casa generalizia a Santa Marinella, nella diocesi di Porto-Santa Rufina, dove loro vivono.
Ad accoglierci sono suor Grace e suor Doris, che ci accompagnano nella visita e ci raccontano la presenza delle Carmelitane in questa terra, soprattutto accanto ai bambini e ai giovani più fragili. Tra le attività avviate c’è anche un corso di cucito, pensato come occasione di formazione e autonomia, soprattutto per le giovani donne. Prima di ripartire chiediamo di poterci fermare sulla tomba di tre loro sorelle, morte lo scorso anno in un tragico incidente stradale: suor Lilian Kapongo, superiora generale, suor Damaris Matheka e suor Stellamaris Muthini. È un momento di silenzio e di preghiera che segna inevitabilmente questa ultima giornata.
Da Boko ci spostiamo poi verso le Kunduchi Ruins, uno dei luoghi storici più affascinanti di Dar es Salaam. Tra i resti di un’antica moschea e le tombe a pilastro decorate anche con porcellane cinesi, il tempo sembra essersi fermato. Ma sono soprattutto i baobab a catturare il nostro sguardo: enormi, antichi, con le radici immerse profondamente nella terra e i rami aperti verso il cielo.
È difficile non fermarsi davanti a loro. Sembrano custodire storie, resistere al tempo e continuare, nonostante tutto, a generare vita.
Guardandoli, il pensiero torna alla scuola che Venite e Vedrete sta costruendo e che sarà dedicata a Carlo Acutis, il progetto che ci ha portate fino in Tanzania. Vorremmo che crescesse proprio come quei baobab: un luogo capace di mettere radici profonde nella vita dei ragazzi, di offrire protezione, educazione e strumenti per crescere, lasciando poi a ciascuno la libertà di allungare i propri rami verso il mondo.
Il viaggio finisce con queste immagini negli occhi e con una nostalgia che arriva prima ancora di salire sull’aereo. La Tanzania ci ha regalato molto più di ciò che eravamo venute a cercare: volti, storie, domande, legami e soprattutto il desiderio di tornare. Karibuni tena.

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