Custodi, non padroni. Nella Vigna del Signore con San Francesco

La festa di San Francesco, che coincide con la giornata di oggi, illumina meravigliosamente questo Vangelo. Francesco aveva capito che nulla gli apparteneva realmente e che tutto era grazia. Per questo poteva donare, condividere, accogliere, farsi fratello di tutti. Non tratteneva nulla per sé. Quello che riceveva lo trasformava in lode a Dio e in servizio ai fratelli. La sua vita è l’esatto opposto di quella dei vignaioli: invece di impadronirsi della vigna, la restituisce continuamente al suo Signore attraverso l’amore, la fraternità e la cura dei più poveri.

Meditazione su Matteo 21,33-43 a cura di fra Adolfo Marmorino ofm

Dal Vangelo secondo Matteo 21,33-43

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Commento al Vangelo

Che storia strana ci racconta Gesù questa domenica. Una storia triste e crudele. Un uomo possiede un terreno e vi pianta con tanta cura una vigna. Tante volte, da noi al Sud, ho visto persone investire risparmi, energie e anni di lavoro per impiantare una vigna, con tutto quello che comporta. Ci vuole pazienza. Se tutto va bene, i primi frutti arrivano dopo tre anni, ma per la piena maturità del ceppo bisogna aspettarne sette o dieci. Nei primi tempi ci sono solo spese: la preparazione del terreno, le piante, la cura, i contadini che vi lavorano. E poi la speranza che il tempo sia favorevole, che non arrivino grandinate o altre intemperie a distruggere tutto. Finalmente arriva il tempo della vendemmia.

Il proprietario sa che dovrà attendere ancora diversi raccolti prima di recuperare quanto ha investito, ma intanto tutto lascia ben sperare. Ha affidato la vigna a persone di fiducia, garantendo loro un lavoro e un sostentamento. Poi succede l’imprevisto. L’ingratitudine e l’avidità si impadroniscono del cuore di quei contadini che, pur di trattenere tutto per sé, diventano violenti fino ad uccidere. Viene spontaneo chiedersi: può mai accadere una cosa simile? Gesù, quando racconta le parabole, parte sempre dalla vita reale. Fa teologia con la storia, con le vicende che tutti conoscono. Probabilmente un fatto del genere, o qualcosa di molto simile, doveva essere noto ai suoi ascoltatori e suscitare scandalo e indignazione. Ma a questo punto arriva il colpo di scena. Gesù lascia intendere che quella storia riguarda molte più persone che quei soli contadini. E forse riguarda anche noi.

Tutto ci è stato affidato

Viene da obiettare: noi non abbiamo lavorato in quella vigna, non conosciamo quel padrone, non abbiamo alzato la mano contro nessuno. Eppure, Gesù ci fa capire che non è necessario identificarsi nei fatti per assomigliare ai personaggi della parabola. Ci si può riconoscere nel modo di pensare, nel modo di sentire e nel modo di agire. Ogni volta che dimentichiamo che ciò che siamo e ciò che possediamo è un dono ricevuto, entriamo nella stessa logica di quei vignaioli. Pensiamo ai talenti che abbiamo ricevuto, al tempo, alle possibilità economiche, agli affetti, alla fede, perfino alla capacità di amare e di perdonare. Tutto viene da Dio e tutto ci è affidato perché porti frutto. E forse qui c’è una verità che dimentichiamo facilmente. Quello che abbiamo non è semplicemente nostro: ci è stato affidato. C’è una grande differenza.

La forza che possediamo, l’intelligenza, la salute, la bellezza, le capacità che ci distinguono, una famiglia che ci vuole bene, amici sinceri, opportunità che altri non hanno avuto: quante di queste cose possiamo davvero dire di esserci costruiti da soli? Nessuno ha lavorato per nascere con una certa intelligenza, con un certo carattere, in una famiglia piuttosto che in un’altra. Nessuno si è dato da sé la vita. Eppure, spesso ci comportiamo come se tutto fosse una nostra conquista, come se fossimo gli unici artefici del bene che troviamo nella nostra esistenza. Pensiamo anche a certi atteggiamenti di affettata generosità o palese diffidenza nei confronti di chi è nato in paesi più poveri del nostro, in condizioni di vita spesso drammatiche.

Senza entrare nel merito delle ragioni storiche, economiche e politiche, che pure esistono e hanno il loro peso, una cosa possiamo affermarla con certezza: nessuno di noi ha meritato più di altri di nascere da questa parte del mare anziché dall’altra. Nessuno ha lavorato per nascere in un paese in pace, in una famiglia che lo ha accolto, con la possibilità di studiare, di curarsi, di costruirsi un futuro. Come nessuno ha scelto di nascere in una terra segnata dalla guerra, dalla fame o dalla miseria. Eppure, talvolta parliamo dei nostri privilegi come se fossero interamente una conquista personale. Certamente ciascuno deve impegnarsi e assumersi le proprie responsabilità, ma prima ancora del nostro impegno c’è qualcosa che ci è stato donato. Se siamo nati in condizioni favorevoli, non è un merito di cui vantarci, ma un dono affidato alla nostra responsabilità. Per questo dovremmo guardare chi soffre non dall’alto verso il basso, ma da fratello a fratello.

Nessuno di noi può dire di aver meritato di stare qui mentre altri affrontano il mare su un barcone, stringendo i propri figli nella speranza di sopravvivere e di raggiungere una vita più degna. Se comprendessimo davvero che ciò che abbiamo ricevuto è grazia prima che merito, forse ci sarebbe meno superbia nei nostri giudizi, meno ostentazione nelle nostre elemosine e più gratitudine verso Dio. Perché il Vangelo non ci chiede semplicemente di dare qualcosa del nostro; ci ricorda anzitutto che nulla è davvero nostro e che tutto ci è stato affidato perché diventi benedizione per altri. Quando ci gloriamo dei doni ricevuti dimenticando il Donatore, entriamo nella stessa logica dei vignaioli. Pensiamo che il raccolto sia il frutto esclusivo della nostra bravura e non ci accorgiamo che, prima del nostro lavoro, c’è stata una terra che non abbiamo creato, una vita che non ci siamo dati, delle qualità che ci sono state donate. Certamente dobbiamo impegnarci, lavorare, far fruttificare ciò che abbiamo ricevuto. Ma il punto è che non partiamo da zero: partiamo da qualcosa che ci è stato messo nelle mani.

Ciò che riceviamo è chiamato a diventare dono

Dio non ci ha dato questi doni per ammirarci allo specchio o per sentirci superiori agli altri. Ce li ha dati perché servano alla missione che affida a ciascuno di noi. Nel Vangelo, il padrone non lascia i contadini senza mezzi: offre loro una vigna già preparata. Così fa il Signore con noi. Non ci chiede di portare frutto senza averci prima dato gli strumenti necessari. Ci ha chiamati a lavorare nella sua vigna perché non restassimo disoccupati nella vita, senza una direzione e senza uno scopo. E per questo ha affidato a ciascuno doni diversi, carismi diversi, possibilità diverse. Non perché li conserviamo gelosamente, ma perché li mettiamo a servizio del Regno e dei fratelli. Il problema nasce quando tratteniamo questi doni per noi stessi. I vignaioli della parabola non volevano consegnare i frutti al padrone. Ma i doni di Dio non ci sono dati perché li chiudiamo in cassaforte; ci sono dati perché diventino vita per qualcuno.

E qui forse comprendiamo meglio la drammaticità della parabola. Quando teniamo tutto per noi, magari non uccidiamo materialmente nessuno, ma rischiamo di far morire qualcosa dentro le persone che Dio ha posto sul nostro cammino. C’è chi muore di solitudine perché non trova il nostro ascolto; chi muore di scoraggiamento perché non riceve una parola di speranza; chi muore di fame perché nessuno condivide il pane; chi muore di amore perché incontra cuori chiusi e incapaci di donarsi, chi muore in mare perché gli aiuti forse arrivano solo dopo tante discussioni. Dio ci manda continuamente dei fratelli e delle sorelle ai quali consegnare i frutti ricevuti da Lui. Quando ci rifiutiamo di farlo, quando tratteniamo tutto per noi, stiamo tradendo la destinazione dei suoi doni. In fondo, il peccato dei vignaioli consiste proprio in questo: appropriarsi di ciò che non appartiene loro. La vigna non era loro, i frutti non erano loro, la stessa possibilità di lavorare quella terra non era loro. Tutto era stato ricevuto. Eppure, si comportano da padroni. È una tentazione antica quanto l’uomo: dimenticare di essere creature e voler occupare il posto del Creatore.

San Francesco, creatura tra le creature

Per questo la festa di San Francesco che coincide con la giornata di oggi illumina meravigliosamente questo Vangelo. Francesco aveva capito che nulla gli apparteneva realmente e che tutto era grazia. Per questo poteva donare, condividere, accogliere, farsi fratello di tutti. Non tratteneva nulla per sé. Quello che riceveva lo trasformava in lode a Dio e in servizio ai fratelli. La sua vita è l’esatto opposto di quella dei vignaioli: invece di impadronirsi della vigna, la restituisce continuamente al suo Signore attraverso l’amore, la fraternità e la cura dei più poveri. Quando Francesco chiamava il sole fratello e l’acqua sorella, non stava facendo poesia. Stava confessando una verità profonda: lui non era il padrone del mondo, ma una creatura tra le creature, amata dal medesimo Padre. Per questo riusciva a godere di tutto senza possedere nulla e a condividere tutto senza impoverirsi. E allora non è una coincidenza che oggi la Chiesa celebri proprio il poverello di Assisi. In quest’anno, tra l’altro, in cui la sua memoria è tornata ad essere festa nazionale: è un richiamo della Provvidenza. In un tempo in cui siamo tentati di misurare tutto con il possesso, il profitto, il successo personale e l’autosufficienza, ci viene riproposto un uomo che non possedeva quasi nulla e che tuttavia era ricco di tutto perché aveva compreso che tutto era dono.

Oggi siamo tutti chiamati. Chiamati a non restare disoccupati nella vita. Chiamati a lavorare nella vigna del Signore. Chiamati a riconoscere che ciò che abbiamo ricevuto non è un premio per i nostri meriti ma uno strumento per la nostra missione. Ognuno ha ricevuto qualcosa che un altro non ha ricevuto. Nessuno ha ricevuto tutto. Nessuno è stato dimenticato. Nessuno è talmente povero da non avere nulla da donare. E ciò che ci è stato affidato acquista il suo significato più vero soltanto quando diventa benedizione per qualcuno. E forse il Signore oggi ci chiede proprio questo: non di produrre risultati straordinari, ma di riconoscere che la vigna è sua. A noi è affidata perché la custodiamo, la facciamo fruttificare e, al momento opportuno, gli consegniamo i frutti. E quei frutti passano anzitutto attraverso i fratelli e le sorelle che Dio mette sulla nostra strada. Siamo soltanto amministratori di una grazia destinata ad altri.

San Francesco ci insegni la gioia della gratitudine, la libertà del distacco e la pace di chi sa che tutto è dono e tutto conduce a Dio. Così, quando il Padrone verrà a cercare i suoi frutti, non troverà mani chiuse e avide, ma cuori aperti che hanno saputo trasformare i doni ricevuti in amore donato, in pane condiviso, in speranza offerta, in fraternità vissuta. Solo allora la vigna avrà prodotto il frutto che il Signore attende da noi. E scopriremo che la chiamata più grande della nostra vita è proprio questa: diventare una benedizione per qualcuno.

Foto: Immagine realizzata con intelligenza artificiale

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